mercoledì 21 marzo 2018

L'ULTIMO RECUPERANTE

Alla fine, dopo averlo incontrato tante volte tra Estoul e Milano, Stefano Torrione l'ho conosciuto camminando, in quel piccolo Tibet in terra nepalese che abbiamo attraversato insieme. Credo che venti giorni a quattromila metri possano valere, per un'amicizia, come venti settimane o mesi a livello del mare. Di solito Stefano chiudeva la lunga carovana di uomini e muli con le sue macchine al collo e un bigliettino in cui si era trascritto la frase in nepali: “Sono un fotografo italiano, posso fare una fotografia?”. Ma o la frase era sbagliata o Stefano sbagliava la pronuncia, fatto sta che nessuno lo capiva: i montanari lo scrutavano mentre lui si intestardiva a ripetere questa frase incomprensibile, finché aveva buttato via il bigliettino per affidarsi al suo vecchio collaudato attrezzo del mestiere, il suo sorriso da figlio di buona donna. Con quello lo facevano entrare in tutte le tende, in tutte le capanne e i monasteri. Così, quando il sole scendeva tra le montagne e il momento sarebbe stato perfetto per un tramonto sull'altipiano lui di solito non c'era, era da qualche parte con un pastore di yak o una battitrice d'orzo o una filatrice di lana. Mi ricordava i fotografi d'altri tempi, quelli di guerra e dei grandi reportage antropologici: i paesaggi gli interessavano poco, preferiva gli esseri umani, ed era nei volti e nei corpi che i suoi occhi cercavano la buona fotografia.


Da quattro anni però Stefano sta facendo un lavoro dove gli uomini non ci sono, o meglio non ci sono più. Prima c'erano, ci sono stati. I volti sono rimasti negli elmetti, nelle maschere antigas, i corpi nelle baracche e nelle trincee, i piedi nelle suole di scarponi che spuntano dai sassi. Erano soldati, anche se la parte da cui stavano adesso non importa più; un secolo fa hanno combattuto su quel fronte della Grande Guerra tutto fatto di creste e di cime, di forcelle e pareti delle Alpi. Cent'anni sono tanti per le cose degli uomini, però la montagna ha la memoria più lunga della pianura. Ancora adesso dai ghiacciai in ritiro spuntano cannoni, mortai, granate, filo spinato, baraccamenti, e dai buchi e dalle grotte dove i soldati si accampavano emergono le loro cose. Sono queste le tracce che Stefano è andato a cercare, non con elicotteri o fuoristrada ma salendo sulle sue gambe. Una volta quelli come lui si chiamavano recuperanti, andavano in montagna a raccogliere il ferro il rame e il piombo dei residuati bellici per guadagnarsi da vivere: Stefano invece non porta giù niente, fotografa e basta. In quattro anni ha messo insieme un archivio prezioso per capire, ricordare, raccontare che cosa è successo sulle nostre montagne un secolo fa.

Ora ne fa un libro autoprodotto che si può ordinare qui. È un gran bel progetto. Forza!


giovedì 22 febbraio 2018

SULL'USO DELLE FORESTE

"Strano che così poche persone vengano nei boschi a vedere come il pino vive e cresce sempre più in alto, sollevando le sue braccia sempreverdi alla luce - a vedere la sua perfetta riuscita. I più invece si accontentano di guardarlo sotto forma delle tavole portate al mercato, e considerano quello il suo vero destino. Ma il pino non è legname più di quanto lo sia l'uomo, ed essere trasformato in assi e case non è il suo impiego autentico e più elevato: non più di quanto lo sia per l'uomo essere abbattuto e trasformato in letame. C'è una legge più alta che riguarda il nostro rapporto con i pini quanto quello con gli uomini. Un pino abbattuto, un pino morto, non è un pino più di quanto il cadavere di un uomo sia un uomo. Si può dire che colui che ha scoperto i pregi dell'osso di balena e dell'olio di balena abbia scoperto il vero scopo della balena? O che colui che abbatte l'elefante per l'avorio abbia visto l'elefante? Questi sono utilizzi meschini e accidentali, proprio come se una razza più forte ci uccidesse allo scopo di fare bottoni e pifferi con le nostre ossa, perché ogni cosa può servire a uno scopo più vile oltre che a uno più elevato. Ogni creatura è migliore da viva che da morta, uomini e alci e alberi di pino, e colui che lo comprende appieno preferirà conservarne la vita anziché distruggerla."

(H.D. Thoreau, I boschi del Maine, 1864. Un contributo al dibattito sull'uso delle foreste: qui e qui due voci diverse in merito al recente testo di legge.)

foto di Loïc Seron

sabato 6 gennaio 2018

FIOCCA

Caro Mario, come fiocca. Facendo i conti, da Natale in poi, direi che ne è venuta più di un metro, e altrettanta ne prevedono nei prossimi giorni. Una settimana fa era neve ghiacciata, piccoli cristalli acuminati spinti qua e là da un vento gelido, di quella che ti frusta in faccia quando vai per strada; oggi che fa più caldo viene giù fitta, a fiocchi spessi, e si accumula a vista d'occhio. Benché io passi parte della mia vita in questa baita a duemila metri, devo confessarti che non ho un buon rapporto con la neve: mi fa sentire isolato, rende l'andare in paese difficile o a volte impossibile, e anche camminare nel bosco è faticoso, quando a ogni passo affondi fino al ginocchio. Così resto in casa. Penso ai selvatici rintanati sotto alle barme. Guardo dalla finestra gli abeti carichi, hanno spalle di monaci curvi nelle tonache ben chiuse, e i larici spogli e slanciati che sono fragili creature estive e a volte si schiantano sotto il peso della neve, e nel pomeriggio ascolto il rombo delle valanghe. Le valanghe, se tutto va bene, cadono nei punti che sappiamo, e anzi le aspettiamo quando nevica tanto e loro non sono ancora cadute: è meglio dopo che prima, quando sono sospese in bilico sui pendii; è meglio quando ormai ferme e assestate intasano i canaloni. Le conosciamo così bene che potremmo dare a ogni valanga un nome. Eppure quel rombo è angosciante lo stesso: assomiglia a un tuono, o a un crollo fragoroso sopra la testa. Anche quando sai cos'è, viene istintivo cercare riparo.


Però, caro Mario, sono contento per i miei amici che lavorano con la neve. Qui tutti, in un modo o nell'altro, dipendono da lei, perfino chi d'estate pascola le mucche e d'inverno vende il formaggio agli sciatori. Erano preoccupati, in novembre, perché dopo un anno di siccità le vasche dell'innevamento artificiale erano mezze vuote, e non si sarebbe potuto sparare a lungo. Ora invece sparare non serve più e il mio amico cannoniere passa spesso a trovarmi, in sella alla sua motoslitta, sfaccendato in queste notti in cui il cielo fa il lavoro al posto suo. Chi si è beccato gli straordinari sono i gattisti che la sera incontro al bar e che poi fanno su e giù fino all'alba, perché gli sciatori all'apertura degli impianti trovino le piste battute: una passa davanti a casa mia e così a letto, di notte, vengo investito dai fari della grande ruspa che passa rombando, e se per caso sono in piedi vado alla finestra a salutare. Non è un disturbo, anzi: così come tutta questa neve mi angoscia, il passaggio di qualche anima mi fa compagnia. I gattisti poi li conosco, d'estate uno fa il muratore e l'altro sale in alpeggio con le mucche. Se non fossero in servizio, li inviterei dentro per un bicchiere.

Da me si beve vino e niente acqua: dopo un anno senza pioggia non solo le vasche dell'innevamento sono vuote, ma pure la mia fonte si è prosciugata. L'acqua nella baita arriva, o meglio arrivava, con il sistema più semplice del mondo: un tubo che parte da una sorgente un centinaio di metri più a monte me la portava in casa. Qui di acqua ce n'è sempre stata, non per niente il nome del villaggio è Fontane, eppure l'altro giorno ho aperto il rubinetto in cucina e ne è scesa sempre meno, finché l'ultimo filo incerto ha lasciato il posto al verso gutturale dei tubi vuoti. Allora ho messo le ciaspole, ho preso la pala e ho risalito la valletta di Fontane fino al punto in cui si trova, o dovrebbe trovarsi, la sorgente che dà il nome al villaggio; ho scavato nella neve e ho scoperto che là sotto era tutto asciutto. Il mio tubo nero sporgeva triste nel solco del ruscello che, normalmente, scorre estate e inverno in mezzo al pascolo. Avrei potuto parlarci dentro e salutare qualcuno nel bagno di casa.

Caro Mario, in dieci anni di montagna ho imparato che in queste situazioni due cose non bisogna perdere, la calma e l'ironia. C'è del ridicolo nell'essere sommersi dalla neve e senza acqua. Mi sono ricordato di quel verso del Vecchio marinaio in cui il naufrago nell'oceano si lamenta della sete: “Acqua, acqua dappertutto, e non una goccia da bere!”. Naturalmente ho provato la soluzione più romantica, ma ho scoperto che sciogliere la neve sul fuoco non conviene per nulla: impiega molto tempo, consuma troppo combustibile, e di una pentola di neve fresca non resta che un terzo o un quarto d'acqua, che poi nemmeno si può bere. Così mi sono avventurato giù in paese e ho comprato due taniche da quindici litri, che ora riempio a una fontana e poi trascino su fino a casa, caricandomele sulla schiena e pensando ai miei portatori nepalesi di un paio di mesi fa. Di un'acqua così preziosa si riscopre il valore: ne basta una tazza per lavarsi i denti, una pentola per lavare i piatti, un piccolo secchio per lo scarico del bagno. Per fare la doccia chiederò ospitalità a qualche amico.


Ho un lucernario, sul tetto, grazie a cui riesco a immaginare che cosa si provi a essere una creatura che vive sotto la neve, come le arvicole di cui trovo le tane al disgelo. Sopra il lucernario un po' di neve si scioglie per il calore della casa, e io immagino che succeda lo stesso con il calore del terreno: così, anche sotto uno strato molto spesso di neve, si formano camere d'aria, bolle dalle strane forme, gallerie che seguono chissà quali linee del calore. Il soffitto di neve di queste camere diventa più chiaro, se per qualche ora il cielo dà tregua e il sole comincia a scaldare, e si arriva quasi a sperare che presto quel soffitto si buchi, e arrivi primavera. Ma poi comincia a nevicare di nuovo, il soffitto della camera si ispessisce, sotto diventa buio. Allora le piccole arvicole e gli scrittori con il naso in su si rassegnano: sarà ancora lungo l'inverno.

Caro Mario, è cominciato l'anno 2018 e con questo sono dieci che non ci sei più. Mi manchi moltissimo. Vorrei leggere le notizie dalla tua montagna, quello che pensi guardando il bosco, quello che scopri ancora alla tua età. Vorrei leggere degli inverni lontani che la neve ti fa tornare in mente, dei tuoi sentieri che nasconde alla vista, delle storie che ti racconta al mattino, rivelando passaggi notturni ai tuoi occhi da cacciatore. Qui da me viene solo la volpe, ogni tanto, a vedere se nella ciotola del cane è rimasto qualche avanzo. Dicono che siano tornati i lupi, io però non li ho ancora visti e non ci tengo, se devo essere sincero. Fuori fiocca, caro Mario, e io bevo un bicchiere alla tua salute e penso a tutte le cisterne e le vasche segrete della montagna, alle grotte gorgoglianti, ai torrenti sotterranei, a quel che c'è prima delle sorgenti: a tutti questi pozzi che un anno senza pioggia ha lasciato vuoti. Penso che la neve di oggi sarà l'acqua di domani. Benedetta neve.


mercoledì 20 dicembre 2017

DIARIO D'HIMALAYA

Esce oggi il numero di Meridiani Montagne con il mio reportage sul Dolpo e le fotografie di Stefano Torrione. È con una certa commozione che sfoglio la rivista: due mesi fa ero lì, sugli altipiani dei cinquemila metri, e ora quei giorni sono in queste pagine, con i volti degli amici, i valloni aridi percorsi dalle carovane, i cieli senza nuvole del Tibet. Spero sia un bel viaggio anche per i lettori. Tashi delek.


“Il segreto delle montagne è che esistono, semplicemente, come me: ed esistono con semplicità, non come me. Le montagne non hanno significato, esse sono significato; le montagne sono. Io risuono di vita e così le montagne, e quando riesco a sentirlo c’è un suono che condividiamo.” (Peter Matthiessen, Il leopardo delle nevi)

Avevo sentito parlare di Dolpo durante il mio primo viaggio in Nepal, qualche anno fa. Come capita sempre, incontrando i suoi vecchi frequentatori, avevo scoperto che il Paese del Fiore di Rododendro stava cambiando irrimediabilmente, e se cercavo un’autentica civiltà di montagna rischiavo di essere arrivato tardi. La modernità portava anche in Himalaya ciò che a suo tempo ha portato sulle Alpi, ovvero strade, motori, telefoni, energia elettrica, prodotti industriali; il benedetto desiderato benessere in cambio di una cultura antica, povera e destinata all’estinzione, proprio quella che i viaggiatori come me vanno fin laggiù a cercare. Triste destino di innamorati fuori tempo, cacciatori di montagne fantasma! Le cime, su in alto, splendevano di ghiacciai ed erano sempre bellissime, ma sono le valli che percorriamo, e all’ombra dell’Everest o dell’Annapurna si camminava ormai connessi alla rete, tra rifugi dotati di frigoriferi e televisori, fingendo di ignorare i rifiuti in plastica, mai davvero lontani dalle nostre vite. Esiste ancora, mi chiedevo, una montagna in cui sperimentare la diversità e la distanza, libera dal colonialismo della città, integra nel suo essere montagna?

Qualcuno cominciò a dirmi: vai a ovest. Oltre gli Ottomila, là dove i passi sono troppo alti e i pendii troppo ripidi per le strade, esistono altipiani in cui il ricordo di regni antichi sopravvive. Leggevo “Il leopardo delle nevi”, quell'anno, il libro che dal 1978 accompagna all’Himalaya i pellegrini come me, e proprio tra le sue pagine ritrovai il nome di Dolpo: un autunno di tanto tempo prima, dopo la morte della moglie, l’americano Peter Matthiessen si addentrava in quella terra di confine in cerca di un animale, un monastero, una purezza, soprattutto una purezza, come tutti noi. Scoprii un capolavoro. Il Leopardo era uno dei rarissimi libri che va al cuore di questa misteriosa ossessione, cattura il senso del nostro andare in montagna. Finì subito tra i libri di viaggio fondamentali della mia biblioteca, accanto a Hemingway, Chatwin, Karen Blixen, e una volta tornato a casa alimentò il desiderio di Dolpo come fanno i libri, che preparano ai luoghi lasciandoli a lungo sognare. Sono un fortunato realizzatore di sogni ed è finita che ci sono andato davvero, nell’autunno del 2017, poco prima dei quarant’anni miei e del Leopardo, dato che per una coincidenza siamo nati insieme. O forse non c’è nessuna coincidenza e certi libri sono più nostri di altri, stanno lì per noi da sempre e aspettano di deviarci la vita.

Dal 1978, la terra che ho attraversato era cambiata poco o nulla. Un regno in cui le distanze si misurano in giorni di cammino, protetto e isolato da altissime mura: da qualunque parte uno provi a entrarci deve superare passi di cinquemila metri. Catene oltre i settemila – l’Annapurna, il Dhaulagiri – fermano i monsoni che salgono dalla pianura indiana facendone una regione arida, molto più simile agli altipiani desertici del Tibet che ai versanti boscosi, ricchi di acque del Nepal a sud dell’Himalaya. In effetti il Dolpo è Nepal solo in una mappa politica: per la geografia che non conosce confini di stato ma piuttosto legami di paesaggio e cultura è un piccolo Tibet che sopravvive intatto accanto a quello grande e ormai perduto. Durante il lungo cammino il diario di Matthiessen mi accompagnava. Mi ricordo i giorni di Shey, potevo leggerlo e guardarmi intorno e non distinguere più la montagna dentro al libro e quella fuori dal libro, e sentire che la sua e la mia e la montagna in sé, quella che “non significa ma è”, erano una montagna sola. Le pecore azzurre brucavano l'erba secca di ottobre e il leopardo delle nevi come sempre ci eludeva, a ricordarci che non tutto quel che esiste è quel che vediamo, anzi la parte che ci sfugge potrebbe essere la più preziosa. Succede lo stesso con la scrittura: le parole non sono, esse significano e basta, perciò non possono valere quanto le montagne, eppure il racconto è tutto ciò che abbiamo perché un viaggio non vada perduto.


(foto di Stefano Torrione)

venerdì 17 novembre 2017

UNA CHIACCHIERATA CON DINO

(Ecco l'unica intervista mia che troverete mai su questo blog: ci sono molto legato perché me l'ha fatta il mio amico Dino, e perché è uscita questo mese sulla gloriosa "A Rivista Anarchica". Grazie a Dino Taddei, Paolo Finzi e tutta la redazione. Viva l'Idea!)

Le interviste vere alle volte assomigliano a un duello a colpi di fioretto e, talvolta, di sciabola. Si attacca e ci si difende, si omettono e si forzano le parole, non sempre chi attacca è l’intervistatore e non sempre l’intervistato subisce. Ma quando, come nel caso mio e di Paolo Cognetti, siamo stati spadaccini con la stessa casacca facendo decine di interviste, radiospettacoli e serate con ospite assieme, risulta difficile mettere in campo le schermaglie. Meglio trovarsi nei nostri quartieri milanesi, in Trattoria Popolare con un bel mezzo  litro, appoggiati al bancone che Paolo costruì qualche anno fa, saltando i preamboli con il suo cane Lucky tra le gambe. D’altronde cosa dire di Cognetti? Uno scrittore divenuto un caso editoriale, sia per copie vendute del suo ultimo libro Le otto montagne (Einaudi 2016) in Italia ma, cosa ancor più strabiliante, tradotto in 34 lingue e pubblicato in infiniti Paesi sparsi in tutti i continenti. Un versante internazionale molto raro per gli scrittori di lingua italiana e che a me francamente mette di buon umore pensando al libro di Paolo tradotto in norvegese o in mandarino. Ma Cognetti ha anche un’altra qualità che non ha mai nascosto e che compare nei suoi romanzi: la sua vicinanza al pensiero e all’azione anarchica.
Caro Paolo, giacché questa è un’intervista per A, passerei di lato le questioni squisitamente letterarie e punterei agli aspetti più politici della tua opera. Iniziamo con un tuo gesto di alto valore simbolico e comunicativo: alla finale del Premio Strega (che hai vinto) ti sei presentato con una cravatta alla Lavallière.  Avrebbe dovuto suscitare quantomeno la curiosità della presentatrice e invece niente…
E’ vero, è stata ignorata completamente, addirittura alcuni giornali la mattina dopo hanno commentato: “Aveva un fiocco da scolaretto” per cui più che di rimozione, si tratta di aver dimenticato il significato… Due o tre giornalisti me l’hanno chiesto e io ho provato a spiegarglielo ma ho visto in loro un grande stupore, addirittura la giornalista di Repubblica mi ha chiesto sconcertata: “Cosa intendi per anarchia?” a quel punto ho realizzato che il vero problema è riprendere dall’inizio i concetti perché si sono persi.
Forse perché da un romanziere non ci si attende che abbia delle idee politiche esplicite?
Oggi in Italia un po’ è così ma non lo è sempre stato, penso alla grande generazione di scrittori usciti dalla Resistenza e alla mia casa editrice in particolare, l’Einaudi degli anni ‘50-’60 in cui, tutti insieme, si incontravano Pavese, Calvino, Fenoglio, Levi, la Ginzburg, Rigoni Stern… Scrittori che hanno sempre espresso con forza le loro idee politiche.
Pertanto quella cravatta è stata una provocazione?
Io non la sento così. E’ stata una scelta meditata pensando che alle foto che sarebbero girate e alle migliaia di persone che le avrebbero viste. Sento molto la responsabilità di veicolare, in questo momento di forte esposizione mediatica,  alcune idee. Insomma, vuoi dire un po’ di cazzi tuoi, oppure: “Federica ti amo!” o, al contrario, portare due simboli che significano molto per me: il fiocco anarchico e un rametto di abete rosso nel taschino.  L’anarchia e la montagna.
Questa vicenda ci riporta direttamente ai tuoi libri, nei quali compaiono costantemente idee e pensatori anarchici, addirittura nel romanzo Sofia si veste sempre di nero (Minimum Fax, 2012) dedichi un capitolo intero dal titolo: Quando l’Anarchia verrà a Leo, personaggio immerso tra le periferie, i centri sociali e i cortei, profondo conoscitore di Kropotkin, del pirata Misson, di Hakim Bey e le TAZ. Ma poi in altri tuoi romanzi compare un filone più specificatamente ecologico: Thoreau, Reclus e, ne Le otto montagne , Murray Bookchin e l’ecologia sociale. Considerando che non scrivi saggi ma romanzi, non mi sembra poco, e poi questi ultimi pensatori sembrano appartenere  alle tue scelte di vita…
Forse perché ho vissuto a Milano dove ho cercato di lavorare, di portare avanti dei progetti ma a un certo punto ho capito che la città non era adatta a me o io a lei, non mi stimolava più e quindi andare in montagna è stata una svolta consapevole, ora è nelle montagne valdostane che vivo e progetto iniziative. Anche perché non credo che andare in montagna sia ritirarsi dalla vita pubblica, dall’impegno, dalle cose che cerchi di fare nel mondo. Non è il luogo dell’eremita ma dove io mi trovo meglio e più adatto a lavorare politicamente. Naturalmente non sono situazioni che ho inventato io ma ad esempio se leggi Thoreau, scopri una persona evidentemente inadatta ad una società urbana. Le sue energie danno il meglio in un altro luogo. Il primo esperimento di Thoreau non è dettato dalla filosofia , dall’estetica o dalla poesia ma la motivazione è economica: un ventisettenne stanco di lavorare nella fabbrica di matite del padre, molto in conflitto con chi gli è attorno che pensa: “vediamo come me la cavo andando a vivere nel bosco” si fa prestare un terreno, compra una baracca da dei contadini, la smonta e se la rimonta. La sfida di questo esperimento era dimostrare di riuscire a vivere senza (o con pochissimi) soldi, unica strada per liberarsi dal lavoro salariato e dal modello di vita che ne consegue. E per me è stata una grande lezione: il bisogno di spazio viene dopo. In montagna il rapporto con i soldi è più elastico che in città. Io non sono nato in montagna, non sono Rigoni Stern o Corona che hanno raccontato dei loro luoghi, la loro civiltà, il loro paese, la loro umanità. Io sono un nuovo montanaro per scelta, un immigrato. Per questo ho amato molto anche New York perché è la città di chi l’ha conquistata, di chi ha desiderato andarci per diventare newyorkese, lottando per andare là. Appartiene molto a me e alla mia famiglia l’idea che un posto non è dato ma lo si sceglie e conquista. Bisogna provare a trovarlo almeno.
Ma più in generale la cultura americana e i suoi scrittori, mi sembrano che siano un punto saldo di riferimento della tua opera, così come le radici profonde alle quali hai dedicato anche un bellissimo documentario su la Piave (fiume chiamato al femminile almeno fino agli inizi del Novecento). Un lungo fluire da quelle montagne venete ancestrali, alle coste americane.
Già, l’America dei profughi, di chi scappava dalla povertà o dalla galera, di chi era perseguitato. Di chi in definitiva se l’è inventata e non certo l’America attuale. E poi c’è l’America della frontiera, un mito al quale sono molto legato, questo conflitto dialettico tra Est e Ovest. Tra un Est civile fatto di città ma anche di corruzione, un mondo nel quale è facile sentirsi sconfitti, traditi, ma si ha sempre l’opportunità di partire verso l’Ovest anche in senso figurato. Può essere imbarcarsi su una baleniera come per Melville o partire verso il grande Nord come per Jack London. Una frontiera dalla quale si può ricominciare. Questo secondo me è il cuore pulsante del mito americano. In fondo le Alpi sono un West che mi sono trovato sotto casa. Naturalmente oggi il mito non può essere la California ma il Nord, l’Alaska è l’ultima frontiera americana. Di Nord si parla anche in Into the Wild di Sean Penn, un film che per me è stato veramente importante sia per il contenuto sia per la mia vicinanza al protagonista. Provai una profonda commozione nel riconoscermi in Cristopher McCandless: un bravo ragazzo, un ottimo studente con un padre molto prepotente e volitivo ma che a un certo punto rompe tutto questo per cercare la sua strada. In fondo anch’io non sono stato un adolescente ribelle, un ragazzo di strada, al contrario sono stato un ottimo studente bravo in tutto sino a quando ho deciso di emanciparmi.
Per quanto riguarda le mie radici familiari, più che il Veneto di mia madre, sento molto di più quelle paterne. Forse per questa nostra tradizione che ogni figlio se ne va da qualche altra parte. Una storia che risale almeno a mio trisnonno barese che ottenne una cattedra a Torino, divenendo maestro di Luigi Einaudi. E poi ogni generazione continuò la trasmigrazione, da Torino a Mantova, e poi Parma, il Veneto e infine Milano.  Il vero lascito familiare è questa consapevolezza che ti devi cercare un posto nel mondo e non è detto che sia quello dove sei nato.
Consapevolezza che ti spinge a conquistare le cose con determinazione, anche non in senso topografico: se mai ce ne fosse bisogno vorrei che tu spendessi due parole sulla fatica di essere scrittore. Sfatare il mito del genio maledetto e che il tuo grande successo editoriale è frutto di lavoro.
Certo. Mi è passato velocemente il mito dello scrittore ubriacone che produce solo di notte in preda all’ispirazione: per intenderci come in un’intervista di Fernanda Pivano a Bukowski (Quel che importa è grattarmi sotto le ascelle, Feltrinelli) nella quale lo scrittore si dileguava su per una scala con due bottiglie di Valpolicella (il suo vino preferito) dichiarando che avrebbe scritto sino a quando durava il vino. Anch’io fino a vent’anni ho creduto a queste cose. Poi una svolta è avvenuta andando in America ad intervistare per un documentario diversi scrittori americani e tutti mi ripetevano la loro grande disciplina, della scrittura come lavoro che se non la vedevi sotto questa luce non saresti andato molto lontano, l’ubriacarsi tutto il giorno possono permetterselo pochi scrittori affermati, non certo chi deve imparare e cerca di farsi strada. Quasi una vita monastica che, a ben vedere, si addice al mio carattere: per anni ho messo la sveglia due ore prima tutti i giorni per scrivere prima di fare qualsiasi altro lavoro.
Lavorare per vivere ma anche lavorare politicamente.
Certo, nella seconda metà degli novanta sono stato un assiduo frequentatore dei centri sociali milanesi, in particolare del Bulk, allora sembrava un panorama ancora stimolante o forse semplicemente avevo vent’anni ma la mia prima vera formazione politica avviene presso la Scuola Civica di Cinema, un’istituzione storica milanese fondata negli anni cinquanta, dove ho avuto modo di incontrare persone determinanti nel mio cammino come la regista Marina Spada e Marco Philopat. Più in generale il corpo docente era formato da superstiti, sovversivi vari e reduci i quali mi permettevano di conoscere le storie milanesi che non avrei potuto sapere da mio padre immigrato da poco. Mentre la città degli anni settanta e ottanta me la hanno raccontata loro. E per me è stato un po’ aprire gli occhi. E poi la Scighera, il circolo casualmente vicino a casa mia in Bovisa che è stato l’approdo che cercavo, un’osteria ma anche un luogo culturale dove esprimermi. Un amore a prima vista che mi ha trasformato per alcuni anni in oste. Tre anni molto intensi nei quali ho dedicato anima e corpo. Mi diverte ricordare che in quel luogo io abbia intervistato Paolo Finzi e giocato a carte con Aurora Failla, le colonne di A Rivista. Oggi molti si stupiscono della mia capacità a stare sul palco a condurre serate e interviste ma sarebbe troppo lunga spiegargli che gavetta abbiamo fatto assieme alla Scighera. E sempre assieme siamo stati tra i fondatori della Trattoria Popolare dove ci troviamo in questo momento, come vedi le nostre strade continuano ad intrecciarsi.
E’ vero. Benché tu ora abbia una notorietà impressionante, mi sembra che non ti sia fatto snaturare ma, al contrario, la stai usando per raggiungere nuovi obiettivi con al centro la montagna. Hai messo in piedi da zero un festival di grande successo dal nome indicativo: ‘Il richiamo della foresta’ a Brusson dove vivi e nel futuro prossimo ti lancerai in una nuova sfida che ti chiedo di anticipare.
La mia necessità di lasciare la città e andare in montagna è partita da un bisogno privato ma in breve ho scoperto che è una scelta che appartiene a molti della mia generazione. Così ho iniziato a documentarmi facendo un viaggio in Trentino (zona tradizionalmente più innovativa rispetto alle Alpi Occidentali) andando a incontrare i ‘nuovi montanari’. Persone che sono andate a vivere in montagna portandosi però un bagaglio culturale cittadino, che hanno viaggiato e magari studiato all’estero ma anche portatori di una carica utopica e ideologica molto forte. Insomma gente che non è andata in montagna solo per pascolare le capre ma con un’idea più strutturata di ritorno alla montagna. Un’esperienza condivisa da molti. Così e nata l’idea di questo festival che raccogliesse tutte queste esperienze e declinasse questo ritorno in tutte le accezioni possibili. Dal ritorno di chi va a coltivare le patate ma anche il ritorno di uno scrittore. Il ritorno di un pittore o di un musicista che vuole fare un concerto in mezzo a un bosco. Anche perché il dialogo tra le arti e la vita pratica di un contadino a me sembra molto fruttuoso.  Io non uso il termine ‘Natura’ che è una parola dei cittadini. Nessun abitante di montagna usa quella parola. Anche perché natura per un montanaro vuol dire nomi specifici: l’orto sotto casa, l’alpeggio, il torrente, il bosco.  E poi la montagna è fatta da paesaggi selvaggi e da paesaggi densamente antropizzati e per un cittadino è sempre ‘natura’ così come andare al Parco Sempione di Milano. Io preferisco parlare di paesaggio montano, di entrarci e cercare di raccontarlo nei miei libri. Per quanto riguarda il festival sono partito dall’idea che il coltivatore di patate ha bisogno di uno scrittore che canti la sua vita, che la renda poetica che ne faccia letteratura. Queste due realtà non sono così distanti come si potrebbe credere. Anche perché spesso il nuovo montanaro arriva da una grande città e quello che gli manca tremendamente è proprio la musica, la letteratura, la socialità, situazioni che non trova in montagna. L’idea di portare delle cose buone dalla città in montagna e alla base di questo festival.
Per quanto riguarda il futuro, abbiamo fondato l’associazione ‘Gli urogalli’ che aprirà un rifugio nel 2019. Un progetto che vorremmo a metà strada tra un classico rifugio alpino e un centro culturale, diciamo un circolo culturale di montagna. Per intenderci uno sviluppo della Scighera e della Trattoria Popolare a duemila metri. Di certo avremo anche un bancone su cui ti inviterò a posare i gomiti, e una biblioteca dove A sarà in bella mostra.